Vista da vicino, nessuna vita è pianeggiante

benedizione Benedizione di Kent Haruf, pubblicato in Italia da NN Editore nel 2015,

(libro che – mi sembra giusto e onesto dirlo alla prima riga – ho ricevuto dalla casa editrice per recensirlo, senza compenso. In realtà mi era stato proposto di recensirne un altro; invece io ho chiesto questo, che mi interessava di più),

ha una dignità, una potenza, e soprattutto un’ispirazione talmente uniche e originali, da suscitare sensazioni inedite. Non più importanti della storia che viene raccontata, ma che in un certo senso sono la storia narrata.

Una di queste sensazioni, che ho bisogno di provare a spiegare, anche a me stessa, è che la parola “libro”, per qualche oscuro motivo, risulti stonata, di fronte a Benedizione. Meglio ancora, stridula. Quando la pronuncio mentalmente sento le pietre in bocca. Benedizione non è esattamente un libro. Somiglia più a un canto (e non sarà casuale che il secondo volume della trilogia qui inaugurata si intitoli proprio “Canto della pianura“), a una folata di vento che trasporta suoni e melodie, lungo le strade perpendicolari. In parte, solo in parte, è un accordo di chitarra, quando la chitarra si spegne. Più ancora, è una voce pacata che racconta una storia, dondolandosi su una veranda, alle luci di un lampione. Oppure è un ricordo. Un’altra voce, intima, che sale dal mondo interno. Un’ispirazione, dicevo. Creazione quasi irreale, eppure spiegabile: la sorgente è tutta in quella parola misteriosa, scrittura. Penetrante come un ago, eppure delicatissima; balsamica. Scrittura unica dell’autore, Kent Haruf, ma scrittura altrettanto unica della traduzione italiana, talmente sapiente e curata (non ho trovato un refuso, forse è la prima volta che mi succede) da rendere invisibile non soltanto il traduttore – Fabio Cremonesi – ma la traduzione stessa. Proprio come in un racconto orale; di bocca in bocca l’intervento del singolo autore non si annulla, ma sfuma, a beneficio del lettore, del suo mondo intimo, delle sue sensazioni.

Le sensazioni che una vita può offrire. Una vita lunga, come quella di Dad, che volge al termine. O come quella di Mary, lunga e intrecciata alla vita del marito; al suo fianco, nel suo letto, con amore, fino all’ultimo respiro. O una vita che sboccia, come quella di Alice. Una vita ignota, che si può solo provare a ricomporre o immaginare, come quella di Frank.

E la vita delle donne, nelle loro mille età: la più sfuggente, la più ricca, la meno compresa. La vita di coloro che sembrerebbero essere sempre solo per gli altri, mai per se stesse. E che invece viste da vicino, con quel rispetto così unico che Haruf dimostra, osservate nella loro libertà più piena e più semplice, finalmente goduta, piuttosto che rivendicata, si rivelano portatrici di una bellezza che genera da sé; sufficiente, da sola, a dare un senso a tutto. Proprio come il racconto di quella scena, da solo, dà pienezza e voluttà all’intera storia.

Storia di vite che non hanno bisogno di essere esaltate, per rivestirsi di valore. Apparentemente cicliche e sempre uguali a se stesse, come le stagioni, eppure come le stagioni straordinarie, nelle impercettibili diversità di ogni singolo giorno; nei movimenti quasi invisibili dell’animo o in gesti banali che diventano, osservati con lo sguardo rispettoso di Haruf, ricchi non soltanto di una dignità straordinaria, ma appassionanti e avvincenti come l’avventura più strepitosa.

Questo è un altro miracolo della scrittura di Haruf. Senza mai cedere per un solo momento al voyeurismo, riesce ad agganciarti alle vicende al fondo più che ordinarie dei suoi protagonisti infondendo il bisogno di tornare costantemente al libro, di andare avanti per vedere cosa succede, sapendo benissimo che succederà, in termini sinottici, poco e niente, ma amando quel poco e niente che sono la straordinarietà della vita, quando la sai raccontare e quando impari ad ascoltarla. Tanto che su questo materiale l’autore ha costruito una trilogia che non si vede l’ora di proseguire. Un canto in tre parti, una storia che prosegue, che manda avanti la vita; così come la vicenda di ognuno di noi, per vie tradizionali o inaspettate, manda sempre avanti la vicenda di altri, con pieno valore, pieno significato.

Non tutte le trilogie prevedono superpoteri o universi paralleli, né incontri con gli alieni. Alcune, anzi, quasi tutte quelle che vedono protagoniste le persone in carne e ossa, si svolgono fra una chiesa e un garage, un granaio, un negozio; lungo una Main Street di pianura con pochi empori e gli stessi proprietari da decenni; le stesse idee intoccabili, gli stessi valori inquestionabili. Haruf da questa ordinarietà trae conclusioni diverse da quelle di moltissimi suoi colleghi: se la vita umana si svolge nell’ordinario di una cittadina di pianura, ciò significa non che la vita umana sia pianeggiante, bensì l’opposto: è la pianura a portare con sé i mille movimenti, ritmi, balzi e rantoli dell’intimo di infiniti uomini, anziani, bambini, adolescenti, donne.

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