I pascoli, fra cielo e terra. Canto della pianura.

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Il Canto della pianura non è un grido. È una melodia sottile, che fischia nel vento e nel vento si nasconde. Per comprenderla occorre prima cercare il silenzio.

Perché Kent Haruf quello che di più profondo ha da dire preferisce sussurrarlo, o forse soltanto suggerirlo. Il suo sguardo non si impone mai, non è mai aggressivo. Così come nel romanzo l’umanità, in generale, non si impone. Quando ci prova, fatalmente si copre di ridicolo. E non perché ci sia un naturalismo ingenuo in Haruf. Lo scrittore anzi sa, e rappresenta, la specialità umana, la sua emersione dalla natura. Ma è un’emersione sommessa, saggia. Che non stravolge e non rovescia ciò che viene prima.

E la natura, a sua volta, in risposta non si impone. Accoglie. Convive.

Così come in Benedizione, i coprotagonisti sono numerosi in questo romanzo. Persone che si incontrano o in alcuni casi si scontrano, ma sempre in modo integrato alle ragioni della vita e delle sue leggi, che Haruf non spiega didascalicamente ma lascia intuire. Le leggi della vita e della morte, della difesa del nido e dei piccoli, le leggi dell’incontro e dell’allontanamento. Gli esseri umani non hanno eretto templi distanti dalla natura, a Holt. Le vacche, i vitelli, i cavalli, gli sterrati, i pascoli, sono vita tanto quanto una bambina che nasce. L’accudimento è un’espressione di amore per la vita nelle sue mille forme, non solo e non tanto verso altri esseri umani;  nello scorrere delle stagioni a Holt non si afferma alcuna priorità né tantomeno superiorità dell’homo sapiens. Le pagine più memorabili del romanzo raccontano, anzi, di momenti drammatici e intensi di incontro fra umani e animali. E chi ama gli animali si dimostra capace di accogliere e nutrire la vita anche quando si presenta sotto forma di una smarrita ragazzina di 16 anni. Di farlo con naturalezza; goffa, sì, ma anche radicalmente accrescitiva.

Il contro/canto a questa “Plainsong”, titolo originale del romanzo la cui polisemia è spiegata in modo sintetico ed efficace dal traduttore Fabio Cremonesi, è quello di altri grandissimi narratori degli ampi spazi americani. Come Steinbeck per esempio, al quale Haruf è stato più volte accostato. Se per Haruf esseri umani e natura vivono in modo sostanzialmente armonioso, seguendo le stesse leggi non stabilite da nessuno, andando incontro ai cicli della vita e della morte, assecondandoli e accogliendoli, per Steinbeck la vita e la natura si scontrano fortemente con l’umanità, tanto quanto l’umanità confligge al proprio interno in modo drammatico e doloroso. In certi casi, come nell’inquietante “I pascoli del cielo”, l’intervento degli esseri umani con le loro sciocche ambizioni di gloria, recepito come prepotente e invadente, è direttamente scoraggiato dalla natura che reagisce alla presenza umana respingendo, ristabilendo senza alcuna compassione la sua primarietà.

I cicli della vita in Steinbeck vengono sovvertiti con violenza, salvo poi riaffermarsi nel loro significato più estremo e radicale. Haruf invece li osserva all’opera, e in un certo senso ce li rammenta. Ricordandoci, con delicatezza e sottigliezza, appellandosi alla nostra più fine sensibilità, anche una verità antropologica a sua volta spesso sovvertita: le comunità o microcomunità che si aggregano attorno alla cura della vita non prevedono alcuna conformazione familiare tradizionale (in questo senso alcune recensioni forzano molto e con una certa superficialità il significato della scena finale del libro), ma anzi la difesa del cognome e della dinastia, della linea di sangue, è proprio il principale e più negativo elemento di disarmonia nella pacifica quotidianità della gente comune. Anche a Holt.

E fra le righe Haruf sta dicendo anche qualcos’altro, sta mandando un messaggio silenzioso, quasi telepatico, un messaggio che in Benedizione riprenderà con maggior forza. Haruf dice: lasciate che le donne possano essere se stesse, lasciatele scegliere, sbagliare e anche soffrire. Non confinatele nel ruolo di madri di famiglia, perché non ce n’è alcun bisogno. Ciascuna donna è già una madre. Sceglie come esserlo, e non sempre lo fa bene, ma lo è già. Naturalmente. E alcune donne, per accudire due giovanissime vite, maternamente individuano in due uomini le persone più adatte, i migliori allevatori. C’è un pensiero femminile nel favorire la cura anche da parte dei maschi, e c’è un amore maschile che non si impone sulla vita delle donne, che la rispetta, che la asseconda, perché ammette di non capirla e che non potrà mai capirla fino in fondo, ma che non è necessario parlare lo stesso linguaggio per potersi prendere cura gli uni degli altri.

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